Salute parodontale
Diagnosi causale e trattamento per fasi della malattia parodontale, presupposto di qualunque riabilitazione implanto-protesica. A cura del Dr. Gaetano Calesini, protesista.
La parodontite è una malattia infiammatoria cronica dei tessuti che sostengono il dente, gengiva, legamento parodontale e osso alveolare, innescata dal biofilm batterico e sostenuta dalla risposta infiammatoria dell’organismo. È tra le principali cause di perdita dei denti nell’adulto. La sua caratteristica clinica è la perdita progressiva dell’osso di supporto: una volta avvenuta non è spontaneamente reversibile, ma la malattia si può arrestare. La diagnosi precoce, prima che la perdita ossea raggiunga un livello critico, è il determinante principale della prognosi. Trattare la parodontite è inoltre il presupposto di qualunque riabilitazione: nessun impianto o protesi è stabile su un parodonto malato.
La gengivite è un’infiammazione confinata ai tessuti molli, senza perdita di osso. È reversibile con un trattamento adeguato e un’igiene orale rigorosa. La parodontite, invece, coinvolge l’osso: la perdita di supporto è già in atto e, a differenza della gengivite, non torna indietro spontaneamente.
La distinzione è clinicamente rilevante perché le strategie differiscono. La gengivite si gestisce con igiene professionale e istruzione domiciliare. La parodontite richiede la misurazione della profondità di sondaggio, la valutazione del livello osseo radiografico e, nei casi residui, un intervento chirurgico.
La profondità di sondaggio, il sanguinamento alla sonda, la recessione gengivale e il livello di attacco clinico sono i parametri fondamentali. Tasche profonde con sanguinamento, in presenza di perdita ossea radiografica, soddisfano i criteri diagnostici della parodontite secondo le classificazioni internazionali correnti.
Lo status radiografico endorale completo quantifica l’entità e la distribuzione della perdita ossea. Serve a stabilire stadio e gravità e come riferimento per valutare la risposta al trattamento nel tempo.
Il fumo e il diabete non controllato sono i principali fattori di rischio modificabili; concorrono predisposizione genetica, igiene inadeguata, stress e alcune condizioni sistemiche. Identificarli e, dove possibile, controllarli è parte integrante della terapia, non un dettaglio accessorio.
La parodontite si classifica per stadio, l’estensione e la gravità della perdita di supporto, e per grado, la velocità di progressione e il rischio individuale. La stadiazione orienta l’intensità e la sequenza del trattamento.
Il trattamento della parodontite non è un atto singolo, ma una sequenza di fasi in cui ogni passaggio dipende dalla risposta del passaggio precedente.
La rimozione del biofilm e dei depositi sopra e sottogengivali, con strumentazione delle superfici radicolari, associata all’istruzione di igiene domiciliare, è la prima fase e nella maggior parte dei casi la più determinante. Riduce l’infiammazione e arresta la progressione della malattia.
A distanza di alcune settimane si rivaluta la risposta: profondità di sondaggio, sanguinamento, livello di attacco. È la rivalutazione, non un calendario fisso, a stabilire se e dove sia necessaria una fase chirurgica.
Nelle tasche residue profonde si interviene chirurgicamente per accedere e decontaminare le superfici radicolari. A seconda della morfologia del difetto, l’approccio può essere resettivo o rigenerativo. Sui denti naturali la rigenerazione parodontale ha una prevedibilità superiore rispetto a quella attorno agli impianti.
La parodontite si controlla, non si elimina una volta per tutte. Un programma di richiami personalizzato, la terapia parodontale di supporto, è ciò che mantiene i risultati nel tempo. Senza mantenimento la malattia tende a recidivare.
Parodontite e riabilitazione
Un impianto inserito in un parodonto malato è esposto agli stessi batteri e ha un rischio elevato di perimplantite; una protesi su denti con supporto compromesso ha prognosi incerta. Per questo, nel piano di trattamento, la bonifica e la stabilizzazione del parodonto precedono la fase implanto-protesica. Una storia di parodontite trattata e mantenuta non è una controindicazione agli impianti, ma richiede una selezione attenta, un controllo rigoroso e un mantenimento costante.
Lo Studio Calesini, in Via della Croce 77 nel centro storico di Roma, valuta la condizione parodontale come parte integrante della pianificazione dei casi complessi.
La parodontite si controlla, non si elimina una volta per tutte. Con la terapia causale e un programma di mantenimento regolare la malattia si arresta e i tessuti si stabilizzano; senza mantenimento tende a recidivare. L’obiettivo realistico è fermare la perdita di osso e conservare i denti nel tempo, non un ritorno alla condizione precedente alla malattia.
Il sanguinamento è un segno di infiammazione, la gengivite, che è reversibile. Se l’infiammazione progredisce e coinvolge l’osso di sostegno diventa parodontite, che non torna indietro spontaneamente. Una valutazione con sondaggio e radiografie distingue le due condizioni e ne misura la gravità.
Non prima di averla curata. Un impianto inserito in un parodonto malato è esposto agli stessi batteri e ha un rischio elevato di perimplantite. Si bonifica e si stabilizza il parodonto, poi si valuta l’impianto. Una parodontite trattata e mantenuta non esclude gli impianti, ma impone un controllo costante nel tempo.
Sì, in modo rilevante. Il fumo è il principale fattore di rischio modificabile: favorisce la progressione della malattia, maschera il sanguinamento, e riduce la risposta sia alla terapia non chirurgica sia a quella chirurgica. La sospensione del fumo è parte integrante del trattamento.
Dipende dal singolo dente. Alcuni denti con perdita ossea avanzata si conservano con la terapia e un mantenimento rigoroso; altri, con compromissione del supporto non più trattabile, vanno estratti per non compromettere i denti vicini e il piano di riabilitazione. La decisione nasce da una valutazione individuale, clinica e radiografica, non da uno schema fisso.
Studio Calesini · Via della Croce 77, Roma
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