La perimplantite è un’infezione batterica che coinvolge i tessuti ossei e gengivali attorno all’impianto. Se non trattata per tempo evolve e, spesso, rende necessaria la rimozione dell’impianto. Cos’è, come si riconosce e quando è ancora trattabile?

La perimplantite è un’infezione dei tessuti che circondano un impianto dentale. Quando non viene diagnosticata e trattata per tempo, porta alla perdita progressiva dell’osso di supporto e, nella maggior parte dei casi, alla necessità di rimozione dell’impianto.

Comprendere la perimplantite significa comprendere perché un impianto che sembrava integrato perfettamente può iniziare a dare problemi anche anni dopo il posizionamento.

Cos’è la perimplantite?

La perimplantite è l’equivalente peri-implantare della parodontite: un’infezione batterica che coinvolge sia i tessuti molli (gengiva) sia il tessuto osseo che ancora l’impianto alla mandibola o al mascellare. Va distinta dalla mucosite peri-implantare, un’infiammazione limitata ai tessuti molli e facilmente reversibile con una terapia precoce.

La perimplantite, invece, comporta una perdita ossea visibile radiologicamente. Questo è il discrimine clinico essenziale: non si tratta di un’infiammazione passeggera, ma di un processo distruttivo che, senza un intervento precoce, progredisce inesorabilmente.

Quanto è frequente?

I dati della letteratura mostrano una prevalenza della perimplantite compresa tra il 19% e il 56% dei pazienti con impianti, con variabilità a seconda dei criteri diagnostici e del tempo di follow-up. La stima più prudente indica che circa un impianto su cinque sviluppa perimplantite nel lungo periodo.

Si tratta di una complicanza sottostimata, in parte perché i sintomi nelle fasi iniziali sono lievi, in parte perché molti pazienti non tornano ai controlli periodici una volta conclusa la riabilitazione.

Cause e fattori di rischio

La causa primaria è batterica: biofilm anaerobi che colonizzano le superfici implantari, simili ma non identici a quelli responsabili della parodontite. Non tutti i pazienti con biofilm sviluppano perimplantite: la risposta dell’organismo ed i fattori locali fanno la differenza.

I principali fattori di rischio sono:

  • storia clinica di una precedente parodontite, anche se trattata con successo
  • igiene orale insufficiente o resa impossibile da protesi mal progettate
  • fumo
  • diabete non controllato
  • protesi mal adattata o con residui di cemento rimasto nei tessuti perimplantari
  • scarso follow-up post-implantare
  • eccessivo carico occlusale sull’impianto

La protesi è spesso il fattore trascurato: un margine protesico non accessibile alla pulizia, un’emergenza protesica sfavorevole, residui di cemento non rimossi al momento della cementazione. Questi elementi non dipendono dall’igiene del paziente, ma da problemi clinici e tecnici inseriti durante le fasi della riabilitazione.

Come si riconosce? I sintomi

La perimplantite ha una caratteristica clinicamente rilevante: è spesso asintomatica nelle fasi iniziali. Il paziente non avverte dolore perché l’impianto, a differenza del dente naturale, è privo di legamento parodontale e quindi di terminazioni nervose sensitive.

I segnali da non ignorare:

  • gengiva arrossata o gonfia attorno all’impianto
  • sanguinamento al sondaggio parodontale
  • fuoriuscita di essudato dalla gengiva attorno all’impianto
  • mobilità dell’impianto, segno tardivo, indica perdita ossea avanzata, in questi casi l’impianto è irrecuperabile
  • recessione gengivale con esposizione della superficie implantare
  • sensazione di pressione o fastidio alla masticazione

La mobilità è un segno tardivo e, quando presente, indica che la situazione è già molto compromessa. Aspettare che un impianto diventi mobile prima di intervenire significa non avere più alcuna possibilità di recuperarlo.

La diagnosi

La diagnosi di perimplantite richiede:

  • sondaggio perii-mplantare con una sonda calibrata, per misurare la profondità delle tasche attorno all’impianto
  • radiografia endorale o cone beam (CBCT) per valutare il pattern e l’entità della perdita ossea
  • valutazione del sanguinamento al sondaggio e della presenza di suppurazione

Il confronto con le radiografie precedenti è essenziale: una perdita ossea è significativa solo se progressiva nel tempo. Per questo il follow-up documentato ha valore diagnostico, non solo clinico. Un impianto che non è mai stato radiografato dopo il posizionamento priva il clinico di un riferimento indispensabile.

Quando è ancora trattabile?

La perimplantite è trattabile quando la perdita ossea è limitata e l’impianto è ancora osteointegrato, cioè privo di mobilità clinicamente rilevabile. Il trattamento ha l’obiettivo di eliminare l’infezione batterica e, nei casi in cui l’anatomia lo permette, recuperare parte del tessuto osseo perduto.

Il protocollo si articola in tre livelli, in base alla gravità del quadro clinico.

Trattamento non chirurgico

È la prima fase nel trattamento di qualsiasi situazione clinica di peri-implantite. Nelle fasi iniziali e moderate può essere risolutivo. Prevede la decontaminazione meccanica della superficie implantare con strumenti specifici (curettes in titanio, inserti ultrasonici), spesso associata a laser a diodi o erbium-YAG, che consentono un’azione antibatterica efficace sulle superfici implantari senza alterarne la topografia. Può essere integrata da terapia antibiotica locale o sistemica.

Trattamento chirurgico rigenerativo

Indicato quando la perdita ossea ha creato difetti con morfologia favorevole alla rigenerazione (difetti infraossei, difetti a cratere). Si espone chirurgicamente l’area, si decontamina la superficie implantare e si inserisce materiale da innesto osseo con membrane di collagene. L’obiettivo è rigenerare parzialmente il supporto osseo perduto attorno all’impianto.

Chirurgia resettiva

Quando la morfologia del difetto osseo non è favorevole alla rigenerazione. Si opta per un approccio resettivo, che rimodella l’osso residuo per eliminare le tasche e rendere le superfici implantari accessibili all’igiene del paziente.

Quando l’impianto non è recuperabile?

Non tutti gli impianti con perimplantite possono essere salvati. I criteri che orientano verso la rimozione sono:

  • mobilità clinicamente rilevabile
  • perdita ossea superiore al 50% della lunghezza implantare
  • difetti ossei con morfologia sfavorevole e prognosi rigenerativa nulla
  • coinvolgimento di strutture anatomiche critiche (seno mascellare, canale del nervo alveolare inferiore)

La rimozione non è necessariamente la fine del percorso terapeutico. In molti casi, dopo la rimozione ed un adeguato periodo di guarigione, è possibile posizionare un nuovo impianto con prognosi favorevole, a condizione che le cause del fallimento siano state identificate e corrette prima di procedere.

Il limite degli approcci senza diagnosi causale

Il problema più comune nella gestione della perimplantite è intervenire sull’infiammazione senza averne identificato la causa. La terapia può eliminare temporaneamente l’infezione, ma se il fattore che l’ha generata rimane, una protesi inadeguata, un eccesso di carico occlusale, una superficie implantare non accessibile all’igiene, la ricaduta è prevedibile.

La domanda clinicamente rilevante non è “come trattiamo questa perimplantite”, ma “perché si è sviluppata, in questo paziente, in questo sito, con questa protesi”. La risposta a questa domanda determina sia la prognosi che la scelta del trattamento.

Cosa fare se si sospetta una perimplantite?

Il primo passo è non rimandare. La perimplantite risponde meglio alla terapia nelle fasi iniziali: ogni mese trascorso senza diagnosi corrisponde ad una progressiva e irreversibile perdita ossea.

Se si avverte sanguinamento gengivale attorno a un impianto, gonfiore, suppurazione o qualsiasi forma di fastidio, è indicata una visita specialistica con sondaggio e radiografia. Se si è già in cura ma i sintomi non regrediscono, un secondo parere permette di valutare se il piano terapeutico in corso è adeguato o se esistono alternative clinicamente fondate.

Riferimenti bibliografici

Cheng J et al. Efficacy of surgical methods for peri-implantitis: a systematic review and network meta-analysis. BMC Oral Health. 2023. doi:10.1186/s12903-023-02956-6. La terapia rigenerativa è superiore al debridement a lembo aperto per guadagno osseo radiografico e livello di attacco clinico. La scelta dell’approccio chirurgico deve basarsi sulla morfologia del difetto osseo e sullo stadio della perimplantite.

Kim CM et al. Risk factors for the failure of re-implanted dental implants: A 20-year retrospective study. J Periodontol. 2025. doi:10.1002/JPER.24-0198. Tasso di sopravvivenza a 1 anno degli impianti reinseriti dopo fallimento: 88,1%. Fumo, tipo di superficie implantare e timing della re-implantazione sono i fattori di rischio principali; l’analisi causale del fallimento è prerequisito del ritrattamento.