Nel 1994 un gruppo di ricercatori dell’Università della Carolina del Nord condusse un esperimento di disarmante semplicità. Cinque pazienti, centodiciassette denti in tutto, furono esaminati da un numero di dentisti compreso fra tre e tredici per ciascun dente. Una parte dei clinici visitava i pazienti dal vivo; un’altra parte lavorava su una loro simulazione completa: modelli in gesso, radiografie dell’intera bocca, immagini di ogni dente, cartella parodontale e storia clinica scritta. Nessun dentista esaminava lo stesso paziente in entrambe le condizioni. La domanda era se la visita diretta portasse a decisioni diverse da quelle prese sulla documentazione. Il risultato più istruttivo fu un altro: la variabilità delle raccomandazioni fra un dentista e l’altro, a parità di condizione, era circa tre volte maggiore della differenza fra le raccomandazioni medie delle due condizioni (1).
In altre parole, a determinare la raccomandazione contava più chi guardava che che cosa veniva guardato.
Lo studio ha limiti evidenti, e vanno detti subito: riguardava decisioni restaurative su singoli denti, un campione ridotto, una pratica clinica di trent’anni fa. Non autorizza a concludere che i dentisti «non sono d’accordo su nulla», conclusione che sarebbe tanto falsa quanto ansiogena. Autorizza però una domanda più interessante. Se la variabilità di giudizio esiste già quando si decide su un dente alla volta, che cosa accade quando le decisioni da prendere sono decine, e ciascuna condiziona tutte le altre?
È la situazione di chi ha bisogno di una riabilitazione orale completa: ricostruire, in tutto o in gran parte, la funzione e l’aspetto di una bocca. Ed è qui che si colloca l’idea centrale di questo articolo. In un caso esteso, la qualità del risultato non si decide in poltrona, durante le sedute operative. Si decide prima, in una fase che il paziente quasi non vede: la progettazione. Il piano non è un preliminare della cura. È la parte della cura che determina tutte le altre.
Che cosa si intende per riabilitazione orale completa
La parola crea qualche equivoco, ed è utile chiarirlo. Nel linguaggio comune «riabilitazione» richiama la fisioterapia dopo un intervento ortopedico, il recupero dopo un ictus, talvolta i percorsi di disintossicazione. In odontoiatria il termine ha un significato preciso, che corrisponde all’inglese full mouth rehabilitation e alla voce mouth rehabilitation del vocabolario medico internazionale: restituire funzione masticatoria, fonetica, comfort ed estetica a un apparato che li ha perduti in modo esteso. Chi non frequenta la letteratura scientifica lo dice in modo più diretto, e non meno esatto: «rifare la bocca», «rifare tutti i denti», ricostruirla.
Quello che distingue una riabilitazione completa da una somma di cure non è il numero dei denti coinvolti, ma il fatto che il problema riguarda un sistema. Denti, gengive e osso di sostegno, articolazioni temporo-mandibolari, muscoli masticatori, labbra e proporzioni del viso funzionano come un insieme; quando uno di questi elementi cede in modo importante, gli altri si adattano, e gli adattamenti diventano a loro volta parte del problema.
Le strade che conducono a questa situazione sono diverse. Una parodontite avanzata che ha fatto migrare i denti e ha ridotto il sostegno osseo. Un’usura severa, da abrasione, erosione o digrignamento, che ha accorciato le corone e modificato la dimensione verticale del viso. Lavori protesici eseguiti nel corso dei decenni, ciascuno ragionevole nel suo momento, che sommati non compongono più un insieme coerente. La perdita di più denti in sedi diverse. Talvolta condizioni congenite, come le agenesie dentali, che l’adulto si porta dietro con soluzioni provvisorie divenute definitive per inerzia.
In tutti questi casi la domanda clinica non è «come si cura questo dente», ma «quale bocca vogliamo ottenere, e in che ordine possiamo arrivarci con il minimo sacrificio biologico».
Perché un caso complesso non è la somma di casi semplici
Immaginiamo di dover decidere se conservare un dente con un sostegno parodontale ridotto. Presa isolatamente, la decisione dipende dalla prognosi di quel dente. Dentro una riabilitazione completa, invece, dipende anche da altro: se quel dente servirà da pilastro per un ponte, se il suo mantenimento renderà più complesso un movimento ortodontico, se la sua estrazione semplificherebbe un progetto implantare o, al contrario, toglierebbe un riferimento prezioso per la posizione dei denti futuri. La stessa diagnosi, in contesti diversi, porta a decisioni diverse. Ed è proprio questo il punto in cui la variabilità di giudizio descritta in apertura smette di essere una curiosità statistica e diventa un tema clinico.
La letteratura più autorevole lo riconosce in modo esplicito. Nel 2022 la Federazione Europea di Parodontologia ha pubblicato una linea guida di livello S3, il livello più rigoroso previsto dalla metodologia delle società scientifiche mediche tedesche alla quale la Federazione si è attenuta, dedicata alla parodontite in stadio IV: la forma che, oltre alla perdita di attacco e di osso, comporta conseguenze anatomiche e funzionali come lo spostamento e la divaricazione dei denti o il collasso del morso (2). Il documento è il frutto di tredici revisioni sistematiche commissionate allo scopo, della valutazione della qualità delle prove secondo il sistema GRADE e di un processo di consenso strutturato. La sua impostazione è dichiaratamente interdisciplinare: spostamento ortodontico, splintaggio, aggiustamento occlusale, protesi fisse o rimovibili su denti o su impianti, terapia parodontale di supporto. E prima di tutto questo, una raccomandazione che merita di essere riportata nella sostanza: prima di pianificare il trattamento è di importanza critica completare una diagnosi definitiva e globale, raccogliere le informazioni rilevanti sul paziente e procedere a rivalutazioni frequenti durante e dopo la terapia (2).
La linea guida riguarda una condizione specifica, e non va estesa meccanicamente a ogni riabilitazione. Ma il principio che esprime è generale: nei casi complessi la sequenza delle decisioni conta quanto le decisioni stesse.
Il regista e il montaggio
C’è un’analogia che aiuta a capire che cosa significhi, in pratica, coordinare un caso multidisciplinare, e viene dal cinema. I film non si girano nell’ordine in cui li vediamo. Le scene ambientate nello stesso luogo si girano insieme anche se nel racconto sono distanti un’ora; il finale può essere girato nella prima settimana. Per lo spettatore la storia è lineare; per la produzione è un mosaico. Funziona soltanto perché, prima del primo ciak, esistono una sceneggiatura e un regista che sa già quale sarà il montaggio finale.
Una riabilitazione orale completa somiglia molto a questo. Il parodontologo, l’ortodontista, il chirurgo, l’endodontista, l’igienista e l’odontotecnico lavorano in tempi diversi, spesso su problemi diversi, e ciascuno con piena competenza nel proprio ambito. Ma se nessuno tiene in mano il «montaggio», cioè l’immagine della bocca finita, ogni fase rischia di essere ottimizzata per sé stessa e non per il risultato. Un dente spostato in modo impeccabile dal punto di vista ortodontico può trovarsi in una posizione scomoda per la protesi; un impianto inserito dove l’osso era più abbondante può non essere dove serviva il dente.
Per questo, nella maggior parte dei casi, la funzione di regia spetta al protesista: non per gerarchia, ma perché è la figura che parte dal risultato finale e risale all’indietro, chiedendo a ciascuna disciplina di preparare il terreno per ciò che verrà dopo. Il gruppo clinico non è un insieme di specialisti in successione; è un progetto condiviso in cui ogni intervento sa a che cosa serve.
La diagnosi prima del piano
Se il piano è la parte decisiva della cura, la diagnosi è la parte decisiva del piano. In un caso esteso la raccolta delle informazioni richiede tempo, e quel tempo non è un ritardo: è il primo atto terapeutico.
Il punto di partenza è la persona, prima della bocca. Che cosa la porta a chiedere aiuto adesso e non cinque anni fa; che cosa le pesa di più tra il disagio funzionale, l’aspetto, il timore di perdere altri denti; quali esperienze precedenti, buone o cattive, ha avuto con le cure; quali vincoli di tempo, di salute generale, di organizzazione della propria vita pongono limiti a un percorso che può durare mesi. Queste informazioni non sono il contorno della diagnosi clinica: ne sono una parte, perché due pazienti con la stessa situazione orale possono avere bisogno di due piani diversi.
Segue la documentazione clinica vera e propria. Un esame parodontale completo, che misuri sito per sito il sostegno di ogni dente. Radiografie di tutta la bocca e, quando è indicata, una tomografia volumetrica per valutare l’osso in tre dimensioni. Impronte o scansioni digitali delle arcate, che permettono di studiare il caso fuori dalla bocca. Fotografie e, sempre più spesso, brevi riprese video del sorriso e della parola, perché i denti si guardano in movimento, non in posa. Una valutazione delle articolazioni e dei muscoli masticatori. Un’analisi del viso: le proporzioni, il sostegno delle labbra, la linea del sorriso, la quantità di dente visibile a labbra rilassate.
Con questi elementi si costruisce, sui modelli o in ambiente digitale, una prima proposta del risultato finale: la ceratura diagnostica, cioè la forma dei denti futuri modellata prima di intervenire. È lo strumento che permette di verificare se il progetto è realizzabile, quanto spazio serve, che cosa va spostato, aggiunto, conservato.
Quando il piano migliore è aspettare
C’è un esito della diagnosi che sorprende molti pazienti, e talvolta anche qualche collega: concludere che, almeno per ora, l’intervento ricostruttivo esteso non è indicato. Il consenso europeo sulla gestione dell’usura dentale severa, firmato da sedici esperti, lo dice con chiarezza: le decisioni dipendono principalmente dalla gravità e dalle conseguenze dell’usura e dai desideri del paziente; l’intervento restaurativo è di norma da posticipare il più a lungo possibile; quando diventa necessario e condiviso con il paziente, va preferito un approccio conservativo e minimamente invasivo, accompagnato da misure di prevenzione, colloqui informativi e monitoraggio nel tempo (3). Chi desidera approfondire il tema trova una sintesi nella nostra guida sui denti consumati.
Si tratta di un documento di consenso fra esperti, che nella gerarchia delle prove sta sotto le revisioni sistematiche; va letto come orientamento clinico condiviso, non come dimostrazione sperimentale. Ma il suo messaggio ha un valore che va oltre l’usura: in odontoiatria, come in medicina, la diagnosi serve anche a stabilire che cosa non fare. Un piano che prevede una fase di osservazione, di prevenzione e di controllo non è un piano incompleto. Può essere il più rispettoso della biologia del paziente.
La sequenza: perché l’ordine conta più della tecnica
Una volta definito il risultato che si vuole ottenere, il piano diventa una sequenza. Le singole tecniche cambiano da caso a caso, ma la logica dell’ordine è sorprendentemente costante.
Si comincia dalle urgenze: dolore, infezioni acute, denti fratturati che compromettono la masticazione o la vita di relazione. Si prosegue con il controllo della malattia, che è la fase meno spettacolare e la più importante: terapia parodontale, cura delle carie, trattamento delle infezioni endodontiche, eliminazione dei fattori che hanno prodotto il problema. Non si costruisce su un terreno che continua ad «ammalarsi». La linea guida europea sullo stadio IV della parodontite è esplicita su questo punto: la componente parodontale della terapia segue le raccomandazioni previste per gli stadi precedenti, e le conseguenze anatomiche e funzionali della malattia richiedono interventi aggiuntivi dopo il completamento della terapia parodontale attiva (2).
Poi viene una pausa che molti trovano frustrante e che invece è preziosa: la rivalutazione. A distanza di settimane dalla terapia iniziale si misura come hanno risposto i tessuti. Denti che sembravano compromessi possono rivelarsi recuperabili; altri, che sembravano solidi, possono mostrare una risposta deludente. Il piano iniziale si conferma o si corregge sulla base di dati reali, non di previsioni.
Segue la fase correttiva, nella quale si collocano, a seconda del caso, lo spostamento ortodontico dei denti, la chirurgia parodontale o rigenerativa, l’inserimento degli impianti. Solo dopo arriva la fase protesica, prima provvisoria e poi definitiva. E infine, ma non per importanza, il mantenimento, di cui parleremo più avanti.
Detta così, la sequenza sembra ovvia. Nella pratica, la tentazione di invertirla è costante, e quasi sempre proviene da una richiesta comprensibile: vedere presto il risultato. È qui che il piano svolge la sua funzione più delicata, perché deve conciliare il desiderio legittimo di rapidità con il rispetto dei tempi biologici.
Il provvisorio come prova generale
Nelle riabilitazioni estese la fase provvisoria ha un ruolo che va oltre il semplice «tenere i denti in attesa di quelli definitivi». È il momento in cui il progetto, fino a quel punto disegnato su modelli e immagini, viene portato nel viso del paziente: ne mostra la forma, la lunghezza, il colore, l’effetto sulle labbra e sulla parola.
Un tema classico, in questi casi, è la dimensione verticale: la distanza fra mascellare e mandibola quando i denti sono a contatto, che nell’usura severa o dopo la perdita di molti denti può essersi ridotta. Ripristinarla è spesso necessario per ricreare lo spazio dei denti futuri. Una prassi a lungo diffusa prevede, prima di qualunque intervento definitivo, un periodo di prova della nuova dimensione verticale, talvolta con dispositivi rimovibili.
Una revisione sistematica pubblicata online nel 2024 da ricercatori delle università di Zurigo e Ginevra ha messo alla prova questa prassi (4). Su 1.188 titoli esaminati dopo l’eliminazione dei duplicati, gli autori hanno individuato un solo studio randomizzato e centotré studi non comparativi; ottanta di questi ultimi prevedevano una fase di valutazione, ventitré no. La conclusione è prudente e netta insieme: al momento mancano prove che una fase di valutazione migliori gli esiti clinici o quelli riferiti dal paziente; l’aumento della dimensione verticale può avere successo con o senza di essa. Lo studio randomizzato incluso, inoltre, segnalava che i dispositivi rimovibili tendevano a causare difficoltà di masticazione, di pronuncia e disagio estetico.
Sarebbe però un errore leggere questo risultato come una svalutazione del provvisorio. Gli stessi autori sottolineano che la fase di valutazione aiuta il clinico a gestire le aspettative del paziente e a organizzare la sequenza del trattamento, e che è più efficace quando si utilizzano restauri fissi, come corone provvisorie o restauri adesivi. Il limite delle prove va tenuto presente: la conclusione poggia su un solo studio randomizzato e su studi non comparativi, e l’assenza di dimostrazione di un beneficio non equivale alla dimostrazione della sua assenza.
L’indicazione che se ne ricava sposta il valore del provvisorio dal piano biologico a quello comunicativo e progettuale. Il provvisorio non serve soprattutto a verificare un adattamento muscolare; serve a permettere al paziente di vedersi, di parlare, di sorridere con il progetto prima che diventi irreversibile, e a permettere al clinico di correggere ciò che sui modelli non era prevedibile. È la prova generale di uno spettacolo: non garantisce il successo della prima, ma rende molto meno probabili le sorprese.
Materiali, tecnologie e minima invasività
Chi cerca informazioni su come «rifare tutti i denti» incontra soprattutto discussioni sui materiali e sulle tecnologie: ceramiche integrali, zirconia, impianti, flusso digitale, chirurgia guidata. Sono strumenti importanti, e la ricerca ne documenta i progressi. Ma il loro posto, in un piano ben costruito, viene dopo le decisioni di fondo, non prima.
Il consenso europeo sull’usura severa, già citato, indica con chiarezza la direzione: quando un intervento restaurativo diventa necessario, va preferito un approccio adesivo e di minimo intervento, che sacrifichi il meno possibile del tessuto dentale sano (3). La tecnologia contemporanea ha reso possibile proprio questo: fare di più togliendo di meno. Ma la scelta di quanto togliere, e dove, non la compie un materiale. Resta una decisione di progetto, e dipende da tutto ciò che la diagnosi ha messo in luce prima.
Il paziente coautore del progetto
C’è un aspetto della pianificazione che la letteratura odontoiatrica studia in modo sistematico da relativamente poco tempo: il ruolo del paziente nelle decisioni.
Uno studio condotto presso il dipartimento di protesi dentaria del centro medico universitario di Amburgo ha chiesto a centouno pazienti adulti consecutivi, prima e subito dopo una visita, quale ruolo desiderassero avere in quattordici diverse decisioni di cura, dalla prevenzione alla protesi, e quale ruolo avessero effettivamente percepito (5). In undici decisioni su quattordici i pazienti desideravano un ruolo più attivo di quello che avevano sperimentato, e il ruolo percepito corrispondeva a quello desiderato in meno della metà dei casi. Nessuna caratteristica sociodemografica spiegava in modo sostanziale la differenza. Lo studio ha i limiti di un’indagine trasversale su un campione contenuto, ma il suo messaggio è difficile da ignorare: i pazienti chiedono di partecipare più di quanto riusciamo a coinvolgerli.
Un’indagine condotta in Ontario sui valori che guidano la scelta del trattamento di un dente con un’infezione apicale aggiunge un tassello (6). Fra i pazienti, il fattore indicato più spesso come importante era la comunicazione e la fiducia con il curante, citato dal 94 per cento dei rispondenti, davanti alla conservazione del dente, al risultato estetico, al costo e alla durata. I dentisti, interrogati sugli stessi temi, sopravvalutavano l’importanza di alcuni fattori, come la copertura assicurativa, e sottovalutavano quella dei costi di mantenimento nel tempo, ritenuti importanti dal 79 per cento dei pazienti e solo dal 60 per cento dei clinici. Anche qui il contesto va ricordato: si trattava di una scelta su un singolo dente, in un sistema sanitario diverso dal nostro, con tassi di risposta parziali, dal 15 al 43 per cento a seconda del gruppo. Ma la convergenza con lo studio tedesco è significativa: ciò che i pazienti cercano, prima della tecnica, è di capire e di potersi fidare.
In una riabilitazione completa questa esigenza si amplifica. Il paziente deve comprendere non una procedura, ma un percorso: quante fasi, in quale ordine, con quali tempi, con quali alternative, con quali rinunce, e con quali impegni di mantenimento dopo la fine. Un piano che il paziente non ha capito non è un piano condiviso, anche se è stato firmato.
C’è poi una verifica semplice, che non viene dalla letteratura ma dall’esperienza di chi lavora con persone molto impegnate. Molti pazienti, prima di decidere, raccontano il piano a qualcuno di cui si fidano: un familiare, un amico medico, il proprio consulente. Un buon piano deve sopravvivere a quel racconto. Se nel passaggio da una persona all’altra si perde la logica della sequenza, se resta solo il numero delle sedute o il preventivo, il problema non è di chi ascolta: è che il piano non era stato reso abbastanza chiaro. La chiarezza, in questo senso, non è un gesto di cortesia. È una proprietà clinica del progetto.
La manutenzione comincia nel progetto
L’ultima fase della sequenza, il mantenimento, è anche quella che più spesso viene percepita come accessoria: la cura «è finita», restano i controlli. La letteratura suggerisce di guardarla in modo opposto.
La linea guida europea sullo stadio IV della parodontite include la terapia parodontale di supporto fra gli interventi raccomandati, accanto a quelli ortodontici e protesici (2). E la successiva linea guida della stessa Federazione dedicata alla prevenzione e al trattamento delle malattie perimplantari, anch’essa di livello S3 e costruita su tredici revisioni sistematiche, afferma che la prevenzione deve cominciare nel momento in cui gli impianti vengono pianificati, inseriti chirurgicamente e caricati con la protesi, e proseguire con un programma strutturato di controlli periodici della salute dei tessuti intorno agli impianti (7). Sul tema è disponibile anche la nostra guida sulla perimplantite.
Il passaggio merita attenzione, perché sposta l’inizio del mantenimento dalla fine del trattamento al suo progetto. Una protesi che il paziente non riesce a pulire, un impianto collocato dove lo spazzolino non arriva, un margine nascosto dove nessun controllo potrà vederlo: sono scelte prese in fase di pianificazione che incidono sulla durata del risultato quanto, anni dopo, la diligenza del paziente o dell’igienista. Progettare una riabilitazione significa progettare anche il modo in cui verrà mantenuta.
Domande che i pazienti pongono spesso
Quanto tempo richiede una riabilitazione orale completa?
Non esiste una durata standard, e diffidare di chi ne indica una prima di aver completato la diagnosi è una forma di prudenza ragionevole. I tempi dipendono dalle condizioni di partenza, dalla risposta dei tessuti alla terapia iniziale, dalla necessità di fasi ortodontiche o rigenerative, e dalle esigenze della persona. Ciò che si può definire con precisione, a diagnosi conclusa, è la sequenza delle fasi e la stima del tempo di ciascuna, con le incertezze dichiarate.
Si possono avere denti fissi in tempi brevi?
In casi selezionati sì. Il carico immediato degli impianti consente di applicare una protesi fissa provvisoria entro pochi giorni dall’intervento, quando le condizioni dell’osso e del paziente lo permettono. Una revisione Cochrane che ha riunito ventisei studi randomizzati non ha trovato prove convincenti di differenze clinicamente rilevanti negli insuccessi di protesi e impianti fra carico immediato, precoce e convenzionale nel primo anno (8); gli stessi autori segnalano però che solo tre studi erano a basso rischio di distorsione e che l’osservazione era limitata al breve periodo. La rapidità della fase chirurgica e protesica, comunque, presuppone una pianificazione accurata, non la sostituisce. E non tutti i casi ne sono candidati: stabilirlo è appunto uno dei compiti della diagnosi. Indicazioni e pianificazione delle protesi fisse su impianti per un’intera arcata sono trattate in un articolo dedicato alla riabilitazione full-arch.
Riabilitazione completa significa per forza impianti?
No. In molti pazienti il progetto prevede la conservazione e il recupero del maggior numero possibile di denti naturali, con terapia parodontale, endodontica, ortodontica e restauri adesivi; in altri gli impianti sono una parte del percorso; in altri ancora sono la soluzione principale. La scelta non dipende dalla tecnica disponibile, ma dalla prognosi dei denti, dalle condizioni dei tessuti e dalle priorità della persona. Sull’approccio implantare attento alla biologia dei tessuti si può consultare implantologia-biomimetica.com.
Perché la fase di studio richiede più appuntamenti?
Perché è la fase in cui si prendono le decisioni che non si potranno cambiare in seguito. Esami parodontali, immagini radiografiche e tomografiche, modelli, fotografie e progetto del risultato richiedono tempo per essere raccolti e, soprattutto, per essere discussi con il paziente. È il tempo meno visibile del percorso e, con ogni probabilità, quello che incide di più sul risultato.
Il lavoro che non si vede
Torniamo per un momento all’esperimento del 1994. Il suo insegnamento più utile non è che i clinici siano incoerenti, ma che il giudizio clinico è un atto umano, e come ogni atto umano varia. La medicina ha imparato da tempo che la risposta a questa variabilità non è la pretesa di infallibilità individuale, ma il rigore dell’approccio: diagnosi complete, sequenze razionali, rivalutazioni, decisioni condivise, linee guida costruite sulle prove. Nelle riabilitazioni orali complete questo rigore ha un nome semplice, che non evoca alcuna tecnologia: pianificazione.
È un destino comune a molte discipline complesse. Dell’architettura vediamo la facciata, non i calcoli strutturali; di un film vediamo le scene, non la sceneggiatura né il montaggio; di un’operazione chirurgica ricordiamo la durata, non le ore spese a studiarla. In tutti questi casi, la parte che decide la qualità del risultato è proprio quella che lo spettatore non vede.
Forse la domanda che vale la pena porsi, davanti a un percorso di cura esteso, non è quale materiale verrà usato o quante sedute serviranno. È un’altra, più scomoda e più utile: se due clinici possono guardare la stessa bocca e immaginare due piani diversi, a quale dei due conviene affidarsi, a quello che appare più sicuro di sé, o a quello che sa spiegare perché ha scelto quell’ordine e non un altro?
Riferimenti bibliografici
1. Bader JD, Shugars DA, McClure FE. Comparison of restorative treatment recommendations based on patients and patient simulations. Oper Dent. 1994;19(1):20-5. PMID 8183729. Studio piccolo e datato su decisioni restaurative di singoli denti: utile come segnale della variabilità di giudizio fra clinici, non come stima attuale.
2. Herrera D, Sanz M, Kebschull M, et al. Treatment of stage IV periodontitis: the EFP S3 level clinical practice guideline. J Clin Periodontol. 2022;49 Suppl 24:4-71. doi:10.1111/jcpe.13639. Linea guida S3 costruita su tredici revisioni sistematiche: riferimento per la diagnosi globale preliminare e la sequenza interdisciplinare nei casi con perdita di denti e collasso del morso.
3. Loomans B, Opdam N, Attin T, et al. Severe tooth wear: European consensus statement on management guidelines. J Adhes Dent. 2017;19(2):111-119. doi:10.3290/j.jad.a38102. Consenso fra esperti, con un livello di prova inferiore alle revisioni sistematiche: orienta verso un intervento differito, conservativo e minimamente invasivo nell’usura severa.
4. Chantler J, Strasding M, Strauss F, Ioannidis A, Naenni N. Importance of an evaluation phase when increasing the occlusal vertical dimension: a systematic review. J Esthet Restor Dent. 2025;37(3):669-689. doi:10.1111/jerd.13331. Un solo studio randomizzato e centotré studi non comparativi: nessuna prova che la fase di valutazione migliori gli esiti, ma utilità per le aspettative del paziente e la sequenza del trattamento.
5. Reissmann DR, Bellows JC, Kasper J. Patient preferred and perceived control in dental care decision making. JDR Clin Trans Res. 2019;4(2):151-159. doi:10.1177/2380084418811321. Studio trasversale su centouno pazienti: in undici decisioni su quattordici i pazienti desideravano un ruolo più attivo di quello percepito.
6. Azarpazhooh A, Dao T, Ungar WJ, et al. Patients’ values related to treatment options for teeth with apical periodontitis. J Endod. 2016;42(3):365-70. doi:10.1016/j.joen.2015.11.022. Indagine con tassi di risposta parziali, relativa alla scelta su un singolo dente: comunicazione e fiducia al primo posto fra i valori indicati dai pazienti.
7. Herrera D, Berglundh T, Schwarz F, et al. Prevention and treatment of peri-implant diseases: the EFP S3 level clinical practice guideline. J Clin Periodontol. 2023;50 Suppl 26:4-76. doi:10.1111/jcpe.13823. Linea guida S3: la prevenzione delle malattie perimplantari comincia con la pianificazione dell’impianto e prosegue con un programma strutturato di controlli.
8. Esposito M, Grusovin MG, Maghaireh H, Worthington HV. Interventions for replacing missing teeth: different times for loading dental implants. Cochrane Database Syst Rev. 2013;(3):CD003878. doi:10.1002/14651858.CD003878.pub5. Revisione Cochrane di ventisei studi randomizzati, solo tre a basso rischio di distorsione, con osservazione entro il primo anno: nessuna differenza convincente fra carico immediato, precoce e convenzionale.