Di Gaetano Calesini
Quasi mezzo secolo di professione. Migliaia di pazienti trattati. La stragrande maggioranza: persone serie, collaborative, riconoscenti.
Poi ci sono gli altri. Quelli che pensano sia un onore curarli. Quelli che hanno un impegno improrogabile, il loro, naturalmente. Quelli che conoscono la biologia meglio della biologia.
Un ritratto dedicato a loro, con affetto. Quasi…
“Lei non sa chi sono io…”
C’è una categoria di pazienti per la quale la visita odontoiatrica rappresenta, essenzialmente, un favore che essi concedono al terapeuta. Non lo dicono apertamente, s’intende. Lo comunicano attraverso canali più sottili: il ritardo sistematico agli appuntamenti, la trattativa sul preventivo come fosse un mercato rionale, l’occhio leggermente spazientito quando spieghiamo perché una terapia prevede tempi e modi che non possono essere violati senza pagare un pedaggio biologico e/o prognostico.
Ho avuto la fortuna, o la sfortuna, non ho ancora deciso, di incontrarne alcuni nel corso di mezzo secolo di professione. Me ne sono fatto un’idea abbastanza precisa.
Il paziente “superiore” arriva tardi, o non arriva, e non avverte. Quando poi si ripresenta, confessa con una certa serenità d’animo che aveva un impegno di lavoro improrogabile. Il suo, naturalmente. Che lo studio abbia tenuto bloccato per lui risorse umane, uno slot di due o più ore, tempo che non tornerà, pazienti che non sono stati visti, un’agenda che non si riorganizza per decreto, è un dettaglio che non sfiora nemmeno la superficie del suo ragionamento. Il lavoro è il lavoro, si sa, e va rispettato! Il suo…
Quando arriva, porta con sé, insieme ad una lunghissima lista di recriminazioni verso i dentisti che ci hanno preceduti, una diagnosi auto formulata la sera precedente su un sito che consiglia anche integratori per i capelli. Porta talvolta un familiare in qualità di supervisore non richiesto. Interrompe spesso, per condividere l’opinione del “dottore che lo seguiva prima”, il quale evidentemente aveva capito tutto e meglio di noi. Negozia il piano di trattamento come se fosse un pacchetto vacanze: vuole fare tutto in una seduta, vuole lo sconto del venti per cento, vuole sapere perché il collega che cura sua cugina costa la metà, domanda legittima e a cui esiste una risposta, ma che spesso non è quella che si aspetta di sentire.
Non segue le istruzioni post-operatorie, perché le istruzioni sono per chi non sa come funziona il proprio corpo. Scompare per mesi, poi richiama per un urgenza assoluta pretendendo priorità. Non assume i farmaci prescritti perché “non gli piace prendere farmaci”, poi è pronto a sostenere che la complicazione, conseguente all’inosservanza delle nostre proscrizioni, sia responsabilità nostra. E poi c’è il capitolo dei tempi chirurgici. Quello che mi ha sempre colpito è la difficoltà a comprendere, o forse la volontà di non farlo, che certi esiti postoperatori non sono errori: sono i tempi della fisiologia. L’estrazione di un terzo molare inferiore in inclusione ossea totale è una procedura impegnativa, in un territorio anatomico adiacente a strutture nobili, i tempi di guarigione di un intervento eseguito “lege artis” li dettano l’anatomia e la fisiologia, non i desiderata del paziente. L’eventuale trisma, il gonfiore, il dolore nei giorni successivi, la parestesia transitoria del nervo alveolare inferiore: non sono incidenti. Sono esiti attesi, spiegati anticipatamente, descritti precisamente nel consenso informato. Ma il paziente “superiore” non aspetta. Vuole stare bene domani mattina, e se non sta bene domani mattina qualcuno ha sbagliato. Quella firma, da lui apposta in calce al consenso informato, in quel momento gli sembra un dettaglio tecnico di scarso interesse.
E poi, nel pieno del trattamento, attanagliati da una diffidenza che evidentemente non riesce a tenere a riposo nemmeno di notte, cominciano i pellegrinaggi. Di soppiatto, senza dirlo, si rivolgono ad altri colleghi per avere una “seconda opinione” che, nella loro mente, è già una prima condanna. Sia chiaro, è lecito farlo e spesso è anche saggio. Il problema è il come: non come ricerca di conferma o confronto, ma come caccia al pretesto. Ora, qui accade qualcosa che trovo straordinariamente istruttivo: a volte quei colleghi professionisti seri, con i quali condividiamo anni di stima reciproca, telefonano. Chiamano per avvertire. Conoscono il nostro livello professionale, identificano il paziente per quello che è scelgono la correttezza. È uno di quei momenti in cui la comunità professionale si rivela nella sua forma migliore. E, per inciso, rivela anche qualcosa sul paziente: chi sospetta inganno e malafede ovunque spesso lo fa perché è il suo registro, l’unico che conosce.
Filma la visita “per sicurezza”. Si aspetta una risposta su WhatsApp alle undici di sera. Considera l’onorario concordato come un’apertura negoziale, non un accordo. E quando qualcosa non va, spesso per ragioni riconducibili alla propria condotta, evoca con disinvoltura avvocati, giornali, associazioni dei consumatori. Tutto questo con l’aria di chi ci stia facendo un regalo.
Ora, concludiamo con una riflessione, perché questa è una questione di costumi sociali che riguarda tutti noi.
La relazione terapeutica asimmetrica, quella in cui il paziente esercita pressione continua sul clinico, produce esiti clinici peggiori. Non è un’opinione: è documentato. Il professionista che opera sotto intimidazione tende a cedere sui tempi, sui protocolli, sui materiali. Il paziente che non rispetta le indicazioni vanifica trattamenti anche tecnicamente eccellenti. La minaccia legale usata come strumento di pressione, prima ancora che qualcosa sia andato storto, avvelena la relazione e distorce potenzialmente ogni decisione operativa.
Ai colleghi dico: abbiamo il diritto e, oserei aggiungere, il dovere professionale di non accettare pazienti con cui non riusciamo a costruire un rapporto fondato sulla fiducia reciproca. Non è un atto di arroganza. È, piuttosto, un atto di responsabilità rivolto sia a noi stessi che ai pazienti che meritano un clinico che non si senta in stato d’assedio.
Ai pazienti che si riconoscono in questo ritratto, e forse alcuni lo faranno, forse… dico una cosa sola: il medico vi deve competenza, attenzione e rispetto assoluto e incondizionato. Sono le stesse cose che vi chiede in cambio. La qualità delle cure che riceverete dipende anche, e in misura non trascurabile, dalla qualità della relazione che siete disposti a costruire.
Siamo medici, non fornitori di servizi in stato di soggezione contrattuale. È una distinzione che vale la pena ricordare, da entrambe le parti…