Incidenza, cause e strategie per proteggere il patrimonio dentale nel tempo
di Gaetano Calesini
Un nemico invisibile, più diffuso di quanto si creda
Sempre più frequentemente mi succede di osservare una realtà che la maggior parte dei pazienti ignora: i denti non vengono persi soltanto per carie o per malattia parodontale; vengono persi, sempre più spesso, per frattura. Si fratturano in silenzio, spesso senza preavviso, in persone che si considerano in perfetta salute orale. E quando la frattura si manifesta, in molti casi, è tardi per salvare il dente.
Le fratture dentali e radicolari si collocano tra le cause più frequenti di perdita dei denti permanenti nella popolazione adulta, accanto a carie e parodontite. Uno studio condotto su 24 cliniche odontoiatriche giapponesi ha evidenziato che le fratture radicolari verticali rappresentano il 31,7% di tutte le estrazioni eseguite nel campione analizzato, superando in alcuni sottogruppi persino la malattia parodontale come motivo di estrazione (Yoshino et al., Clinical Oral Investigations, 2015). Un dato che sfida il senso comune e che merita una riflessione approfondita.
Eppure, nel panorama della comunicazione sanitaria rivolta ai pazienti, questo argomento resta sorprendentemente marginale. Si parla diffusamente di sbiancamento, di allineatori invisibili, di impianti all’avanguardia, ma raramente si affronta il tema della fragilità strutturale dei denti nel tempo, un tema che riguarda, in misura diversa, chiunque di noi.
Le diverse forme di frattura dentale
La comprensione delle fratture dentali richiede innanzitutto una distinzione terminologica precisa. L’American Association of Endodontists classifica le fratture incomplete dei denti in cinque categorie distinte, ciascuna con prognosi e implicazioni terapeutiche profondamente diverse.
1. Le incrinature dello smalto (craze lines)
Sono microfratture superficiali confinate allo smalto, generalmente asintomatiche e visibili come sottili linee verticali sulla superficie del dente. Quasi tutti gli adulti ne presentano in qualche misura. Non richiedono trattamento, ma la loro presenza segnala che il dente è stato sottoposto a stress meccanici ripetuti. Rappresentano, in un certo senso, la memoria biografica delle sollecitazioni subite dalla dentatura nel corso degli anni.
2. La frattura cuspidale
Coinvolge una porzione della corona dentale, tipicamente intorno a un restauro preesistente. Il frammento può staccarsi o restare parzialmente adeso. Il dolore è generalmente moderato e si manifesta durante la masticazione. La prognosi è favorevole se la frattura non si estende molto al di sotto del margine osseo.
3. Il dente incrinato (cracked tooth)
Una frattura incompleta che origina dalla superficie occlusale e si propaga in direzione apicale, senza separazione dei frammenti. Questa condizione è insidiosa perché i sintomi, dolore acuto e intermittente durante la masticazione, sensibilità termica, possono mimare altre patologie, rendendo la diagnosi particolarmente complessa. La letteratura documenta che la diagnosi corretta viene spesso raggiunta solo dopo l’esclusione di altre cause (Banerji et al., British Dental Journal, 2010).
4. Il dente diviso (split tooth)
Evoluzione terminale del dente incrinato, in cui la frattura ha attraversato completamente la struttura dentale producendo due frammenti separati o separabili. La prognosi è generalmente sfavorevole: nella maggior parte dei casi, il dente non è recuperabile nella sua integrità, sebbene in alcuni molari multiradicolati sia possibile tentare la conservazione parziale attraverso l’emisectomia.
5. La frattura radicolare verticalea
La forma più temuta e più difficile da diagnosticare. La frattura origina dalla radice e si propaga verso la corona, spesso in denti che hanno subito un trattamento endodontico. Nella quasi totalità dei casi conduce all’estrazione del dente coinvolto. Una revisione narrativa pubblicata su International Endodontic Journal nel 2022 (Patel et al.) ha confermato che la diagnosi di frattura radicolare verticale rappresenta una sfida persino per clinici esperti, poiché i segni clinici e radiografici possono mimare quelli di un fallimento endodontico o di una lesione parodontale isolata.
Incidenza e prevalenza: i numeri che la professione sottovaluta
I dati epidemiologici sulle fratture dentali sono meno consolidati di quanto ci si aspetterebbe per una condizione così rilevante. Questo deficit di conoscenza è esso stesso parte del problema: la difficoltà diagnostica e l’eterogeneità dei criteri di classificazione hanno storicamente prodotto stime molto variabili.
Fratture radicolari verticali: un fenomeno in crescita
La prevalenza delle fratture radicolari verticali nei denti trattati endodonticamente oscilla, secondo la letteratura, tra il 4% e il 32% – un intervallo che riflette le differenze metodologiche tra gli studi (Patel et al., International Endodontic Journal, 2022; von Arx et al., 2021; Sjögren et al., 1990; Touré et al., 2011). Una stima più conservativa ma robusta colloca la prevalenza complessiva intorno al 2-5% (Yoshino et al., 2015).
Lo studio di Yoshino e colleghi su 736 denti estratti in 24 cliniche odontoiatriche ha documentato che le fratture radicolari verticali erano responsabili del 31,7% delle estrazioni, con il 93,6% di questi denti fratturati che era stato precedentemente sottoposto a trattamento endodontico. Tra i denti devitalizzati estratti, l’82,1% era portatore di perni metallici – un dato che da solo invita a profonde riflessioni sulle scelte terapeutiche riabilitative.
Un dato particolarmente significativo emerge dallo studio retrospettivo di Ek e colleghi (International Journal of Dentistry, 2023), condotto su oltre 28.000 pazienti tra un programma endodontico universitario e uno studio privato nel periodo 2006-2022. Nel contesto dello studio privato, la prevalenza di VRF sospetta è passata dall’1,62% nel periodo pre-pandemico al 3,44% durante il periodo pandemico (2020-2022), un incremento statisticamente significativo. Il dato conferma che lo stress psicologico si traduce, attraverso il bruxismo, in danno strutturale misurabile.
Fratture coronali e sindrome del dente incrinato
La sindrome del dente incrinato (cracked tooth syndrome) è una condizione clinica frequente nella pratica odontoiatrica quotidiana. Colpisce prevalentemente i denti posteriori, in particolare premolari e molari, con una predilezione per i denti che ospitano restauri estesi. Gli studi indicano che fino al 5% di tutti i traumi dentali coinvolge fratture dei denti permanenti, con una distribuzione che interessa tutte le fasce d’età (Patnana e Kanchan, StatPearls, 2025).
L’incidenza aumenta significativamente con l’età. I pazienti oltre i 40 anni sono i più colpiti, verosimilmente per l’effetto cumulativo dei cicli masticatori, dei trattamenti restaurativi subiti e dell’attività parafunzionale (Pradeep Kumar et al., 2016). Le donne mostrano una prevalenza di estrazioni per frattura radicolare verticale superiore agli uomini (34,7% contro 29,4% nello studio di Yoshino et al., 2015), dato che potrebbe riflettere differenze nella morfologia radicolare e nei pattern di stress occlusale.
Le cause profonde: perché i denti si fratturano
L’eziologia delle fratture dentali è multifattoriale. Comprenderne i meccanismi richiede di abbandonare la visione semplicistica del “dente che si rompe” per abbracciare una prospettiva sistemica in cui fattori biologici, iatrogeni, comportamentali e biomeccanici interagiscono nel tempo.
– La perdita di integrità strutturale: il fattore iatrogeno
La causa più documentata di frattura radicolare verticale è la perdita progressiva di struttura dentale sana conseguente ai trattamenti restaurativi ed endodontici. Ogni intervento, dalla preparazione di una cavità per otturazione alla sagomatura di un canale radicolare, dall’inserimento di un perno alla preparazione per una corona protesica, rimuove tessuto dentale e riduce la resistenza meccanica residua del dente.
La letteratura è inequivocabile: la resistenza alla frattura dei denti trattati endodonticamente è criticamente correlata alla quantità e alla qualità della struttura dentale residua dopo il trattamento (Ferrari et al., 2012; Nagasiri e Chitmongkolsuk, 2005). Ogni ciclo di ritrattamento riduce ulteriormente questo patrimonio strutturale, in un processo di erosione cumulativa irreversibile.
Un aspetto che merita particolare attenzione è il ruolo dei perni endocanalari. La presenza di perni metallici fusi o prefabbricati è stata associata a un rischio significativamente aumentato di frattura radicolare verticale. Nello studio di Yoshino et al., l’82,1% dei denti devitalizzati estratti per frattura radicolare era portatore di perni. Non è il perno in sé a fratturare la radice, naturalmente: è la combinazione tra la rimozione di dentina necessaria per il suo alloggiamento e la concentrazione di stress meccanico che esso genera durante la funzione masticatoria.
– Il bruxismo: la forza distruttiva dello stress
Il bruxismo – il serramento e il digrignamento involontario dei denti, prevalentemente notturno – rappresenta uno dei fattori di rischio più rilevanti per le fratture dentali da fatica. La sua prevalenza globale nella popolazione è stimata intorno al 22%, con un range riportato tra l’8% e il 31% a seconda dei criteri diagnostici utilizzati (Zieliński et al., Journal of Clinical Medicine, 2024; Manfredini et al., 2013). Lo stress psicologico ne è un potente modulatore: durante la pandemia da SARS-CoV-2, l’incremento documentato del bruxismo si è tradotto in un aumento significativo delle fratture dentali da fatica. Uno studio retrospettivo ha documentato che durante il periodo pandemico il numero di denti fratturati per fatica è triplicato, passando dallo 0,53% all’1,53% (Popescu et al., Current Health Sciences Journal, 2024).
Per i pazienti che conducono vite professionali intense, i dirigenti, gli imprenditori, i professionisti che vivono sotto pressione costante, il bruxismo rappresenta una minaccia silenziosa e insidiosa. Le forze generate durante gli episodi di serramento notturno possono raggiungere valori molte volte superiori a quelli della masticazione fisiologica, agendo su denti già indeboliti da precedenti trattamenti restaurativi.
– L’anatomia come destino: fattori morfologici predisponenti
Non tutti i denti sono ugualmente vulnerabili. La letteratura identifica con chiarezza i denti più suscettibili: premolari mascellari, molari mandibolari e canini superiori sono i più colpiti dalle fratture radicolari verticali (Cohen et al., Journal of Endodontics, 2006; PradeepKumar et al., 2016). La ragione risiede nella loro morfologia radicolare: radici con sezione mesio-distale stretta e forma ovale o appiattita sono intrinsecamente più vulnerabili alle fratture longitudinali. La topografia occlusale di questi denti, inoltre, li espone a carichi funzionali particolarmente elevati.
– L’età e il tempo: l’invecchiamento strutturale del dente
L’invecchiamento dei tessuti dentali è un processo biologico inevitabile che modifica progressivamente le proprietà meccaniche della dentina. Con gli anni, la dentina perde acqua, subisce una mineralizzazione progressiva e vede ridursi la sua capacità di dissipare energia prima della frattura. Questo processo è aggravato dalla sclerosi dei tubuli dentinali e dalla deposizione di dentina secondaria, che riducono la camera pulpare e alterano la distribuzione degli stress interni. L’incidenza delle fratture radicolari verticali aumenta marcatamente dopo i 40 anni (PradeepKumar et al., 2016; Yoshino et al., 2015), riflettendo l’effetto sinergico dell’invecchiamento biologico e dell’accumulo di cicli restaurativi.
– Traumi occlusali e abitudini parafunzionali
Oltre al bruxismo, numerose abitudini parafunzionali contribuiscono al rischio di frattura: onicofagia, masticazione di ghiaccio, uso dei denti come strumenti per aprire oggetti, masticazione abituale di penne o matite. Ciascuna di queste abitudini genera microtraumi ripetuti che, nel tempo, possono innescare o propagare linee di frattura preesistenti. Il trauma occlusale da contatti prematuri o interferenze occlusali rappresenta un ulteriore fattore contribuente, spesso sottovalutato.
La diagnosi: la sfida della frattura invisibile
Se esiste un aspetto delle fratture dentali che ne accentua la pericolosità, è la difficoltà diagnostica. La frattura radicolare verticale, in particolare, rappresenta una delle diagnosi più complesse dell’intera odontoiatria. I segni clinici possono essere sfumati, aspecifici, sovrapponibili a quelli di altre patologie.
Una revisione sistematica e metanalisi pubblicata sul Journal of Endodontics nel 2023 ha identificato quattro presentazioni cliniche significativamente associate alla presenza di frattura radicolare verticale nei denti trattati endodonticamente: la presenza di fistole (odds ratio 4,87), l’aumento delle profondità di sondaggio parodontale (odds ratio 13,24), il gonfiore o ascesso (odds ratio 2,86) e la sensibilità alla percussione (odds ratio 1,76). Nessuno dei fattori di rischio valutati (sesso, tipo di dente, localizzazione, perni, restauri indiretti) ha mostrato un’associazione statisticamente significativa con la presenza di frattura radicolare verticale, confermando la natura multifattoriale e imprevedibile di questa condizione.
La CBCT (tomografia computerizzata a fascio conico) ha migliorato significativamente la capacità diagnostica, ma non è in grado di rilevare direttamente la frattura in tutti i casi. Il suo valore principale risiede nella capacità di evidenziare i pattern di perdita ossea tipicamente associati alle fratture radicolari verticali, aumentando la probabilità di una diagnosi corretta (Patel et al., 2022). In circa il 13-14% dei casi, la frattura radicolare verticale non produce alcuna radiotrasparenza periapicale o laterale rilevabile radiograficamente.
Ridurre l’incidenza: una strategia a più livelli
La prevenzione delle fratture dentali e radicolari richiede un approccio integrato che agisca simultaneamente su più fronti: la conservazione del tessuto dentale sano, il controllo delle forze occlusali, la gestione dello stress e la scelta appropriata dei materiali e delle tecniche restaurative.
1. Primo principio: preservare la struttura dentale
La strategia preventiva più efficace è anche la più ovvia, eppure la più disattesa: conservare il massimo possibile di tessuto dentale sano. Ogni preparazione cavitaria, ogni ampliamento di accesso endodontico, ogni fresatura per l’alloggiamento di un perno riduce irreversibilmente la resistenza meccanica del dente. L’odontoiatria conservativa contemporanea, quella autentica, non quella di facciata, si fonda su questo principio: la minima invasività non è una moda, è una necessità biomeccanica.
Le tecniche di accesso endodontico conservativo, la strumentazione canalare con sistemi a conicità ridotta, l’uso prudente dei perni endo-canalari, limitandoli ai soli casi in cui la ritenzione del restauro coronale non sia altrimenti ottenibile, sono tutti aspetti che possono ridurre significativamente il rischio di frattura a lungo termine.
2. Secondo principio: proteggere il dente trattato
La letteratura è concorde nell’affermare che il restauro coronale tempestivo e completo del dente trattato endodonticamente è fondamentale per prevenirne la frattura. Un dente devitalizzato lasciato senza una protezione coronale adeguata è esposto a un rischio di frattura significativamente maggiore. La copertura cuspidale, ottenuta attraverso una corona protesica o un restauro adesivo che inglobi le cuspidi, distribuisce i carichi occlusali riducendo la concentrazione di stress sulle pareti dentinali indebolite.
La scelta del materiale restaurativo riveste un’importanza cruciale. I restauri adesivi in composito o in ceramica rinforzata, che stabiliscono un legame micromeccanico con la struttura dentale residua, possono contribuire a ridistribuire gli stress in modo più favorevole rispetto ai restauri metallici convenzionali, che agiscono come cunei rigidi durante la funzione masticatoria.
3. Terzo principio: gestire le forze occlusali
Per i pazienti bruxisti, l’uso di dispositivi occlusali notturni (bite) rappresenta una misura preventiva documentata. Non riducono l’intensità del serramento, ma redistribuiscono le forze sull’intera arcata, proteggendo i singoli denti dalla indebita concentrazione di stress. Il loro uso deve essere continuativo: la letteratura indica che l’attività muscolare tende a ritornare ai livelli precedenti non appena il dispositivo viene rimosso.
L’analisi occlusale sistematica, con l’identificazione e la correzione di contatti prematuri e interferenze, è un aspetto della prevenzione troppo spesso trascurato. Un singolo contatto prematuro può generare, nel tempo, forze sufficienti a innescare una linea di frattura in un dente già indebolito.
4. Quarto principio: monitorare nel tempo
La diagnosi precoce delle incrinature è possibile e può modificare radicalmente la prognosi. L’uso sistematico della transilluminazione con fibra ottica, dell’ingrandimento operatorio e della colorazione con blu di metilene durante le visite di controllo permette di identificare linee di frattura in fase iniziale, quando l’intervento conservativo può ancora impedirne la propagazione.
Per i pazienti con denti trattati endodonticamente, in particolare quelli portatori di perni e restauri estesi, un protocollo di monitoraggio radiografico periodico consente di individuare precocemente i segni indiretti di frattura radicolare verticale: allargamento del legamento parodontale, radiotrasparenze laterali, difetti ossei angolari.
5. Quinto principio: affrontare lo stress
Se il bruxismo è una delle principali cause di frattura dentale da fatica, e lo stress psicologico ne è il più potente modulatore, allora la gestione dello stress diventa, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione odontoiatrica. Non è un’affermazione provocatoria: è la logica conseguenza delle evidenze scientifiche disponibili. La pandemia ce lo ha dimostrato con dati incontrovertibili.
Una anamnesi attenta, che esplori le abitudini parafunzionali, i livelli di stress, la qualità del sonno e la presenza di tensione muscolare cervicale e facciale, dovrebbe essere parte integrante di ogni valutazione odontoiatrica, specialmente nei pazienti con dentatura restaurata estesamente.
La lezione delle fratture: ripensare il rapporto con il tempo
C’è un insegnamento profondo che emerge dalla letteratura sulle fratture dentali, un insegnamento che va oltre la biomeccanica e la scienza dei materiali. È l’insegnamento del tempo.
Ogni dente fratturato racconta una storia che si è sviluppata nell’arco di decenni. Racconta di sollecitazioni ripetute, di trattamenti che hanno salvato il dente in un momento ma ne hanno compromesso la resistenza nel lungo periodo, di abitudini inconsapevoli che hanno agito come gocce sull’arenaria. La frattura, quando si manifesta, è quasi sempre il capitolo finale di una narrazione iniziata molto tempo prima.
Questo suggerisce un cambio di prospettiva fondamentale: in odontoiatria, la vera eccellenza non si misura nell’abilità di riparare il danno, ma nella capacità di prevenirlo. La scelta di un approccio minimamente invasivo, la preservazione del tessuto sano, il monitoraggio costante e attento, la gestione dei fattori di rischio modificabili sono questi gli strumenti di una odontoiatria che pensa in decenni, non in mesi.
Per i pazienti che affidano il proprio sorriso alle nostre cure, la domanda che merita di essere posta non è “come posso riparare questa frattura?”, ma “come avremmo potuto prevenirla?”. E, soprattutto: “cosa possiamo fare oggi per proteggere ciò che resta?”
La domanda finale è: il dentista attento può evitare tutte le fratture a tutti i suoi pazienti?
Se vogliamo essere onesti fino in fondo la risposta a quest’ultima domanda è NO, possiamo ridurre l’incidenza statistica delle fratture ma non possiamo evitarle tutte a tutti i pazienti…
La risposta, come spesso accade nelle questioni importanti, non risiede in una singola tecnologia o in un singolo trattamento, ma in una visione: la visione di un’odontoiatria che conserva prima di restaurare, che previene prima di curare, che accompagna il paziente nel tempo con la costanza e l’attenzione che solo una relazione terapeutica autentica può garantire.
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